La Federazione Internazionale di Judo (IJF) ha recentemente emesso una direttiva con la quale PROIBISCE ai judoka, che figurano nella “ranking list” mondiale, di combattere in altre discipline. Reazioni alla direttiva ve ne sono state da più parti. Sostanzialmente si segnala come un intervento così drastico limita in modo importante la libertà personale dei combattenti.
A mio modo di vedere, per comprendere realmente il problema, la questione va esaminata partendo dai due punti di vista: quello della IJF e quello dei combattenti.
La IJF ha un ruolo importante che vuole (a ragione) mantenere. Il judo si è conquistato negli anni la qualifica di sport olimpico (unica arte marziale in un primo tempo, a partire dal 1988 con il taekwondo coreano). In questa direzione la IJF sta cercando di introdurre alle olimpiadi del 2020 a Tokyo anche la competizione a squadre. Vi è pertanto l’importante esigenza di presentarsi quale federazione unita e rappresentativa di tutto il movimento judoistico mondiale fronte al CIO (Comitato Internazionale Olimpico), in un momento dove vi è chiaramente una forte concorrenza da parte di altre discipline marziali. Il riferimento é in particolare al karate che non è stato riconosciuto sport olimpico a seguito del suo frazionamento e che sta cercando di trovare punti comuni ed alle competizioni “Mixed Martial Art”- una sorta di miscuglio tra varie discipline - divenute più frequenti con un seguito mediatico importante. Il fatto che campioni del judo si interessino e pratichino anche altre discipline di combattimento va a scapito dell’unità della disciplina, anche solo per il fatto che dei judoka si prestano a “partecipare” ad iniziative concorrenziali.
I singoli combattenti – di norma – dimostrano scarso interesse a quelli che sono i problemi delle federazioni. Troppo spesso si interessano infatti solamente dei loro risultati, della loro carriera, di come ottenere finanziamenti per la propria attività agonistica. Gli agonisti sono piuttosto incuranti delle esigenze del movimento di cui fanno parte. E’ evidente pertanto che gli interessi della federazione e quelli di atleti non sempre collimano.
Far comprendere a chi pensa solo a sé che vi sono interessi superiori prioritari è un po’ come tentare di far comprendere ai combattenti di una squadra, che quando vi sono competizioni individuali e a squadre in parallelo, i principi del judo vogliono che si dia priorità alla competizioni a squadre. Jigoro Kano non ha insegnato ad inseguire solamente i propri interessi, ha insegnato a crescere individualmente per divenire utili al gruppo e più in generale alla società. Purtroppo, ancora una volta, ci si scontra con i limiti del judo che prevede un aspetto filosofico educativo importante ma che raramente i praticanti acquisiscono. Che la colpa sia dei singoli o degli insegnanti (che spesso danno priorità ai propri di interessi ...) poco importa; oggi - purtroppo - si constata che i RONIN (ossia chi vaga di palestra in palestra senza più un riferimento certo inseguendo solo i propri interessi) imperano.
Dal mio punto di vista vale però la pena di encomiare il coraggioso tentativo della IJF che richiama i judoka al rispetto dei valori della disciplina scelta e all’esigenza di anteporre gli interessi della medesima ai propri !
La direttiva della IJF non restringe la facoltà del singolo: se si preferisce praticare altro rispetto al judo basta farlo scegliendo.
Il "piede in due scarpe" (come diciamo al DYK) è operazione stupida, che impedisce una vera crescita e che va contro l’interesse di tutti creando solamente confusione !
MF / Chiasso, 22 novembre 2014