Insegnando judo si cerca di trasmettere anche dei principi che si riassumono nel codice morale della disciplina che comprende educazione, sincerità, coraggio, controllo di sé, rispetto, onore, modestia e amicizia.
L’insegnante non deve tuttavia divenire un guru al quale ci si rivolge continuamente in cerca di appoggio, consenso e suggerimenti.
Il judoka è e deve rimanere un essere pensante in grado di valutare individualmente le proprie esigenze e necessità. Non vi é nulla di peggio di judoka sottomessi ad un “insegnante” (che si definisce maestro) privi di personalità che - ancora in età matura - sono “dipendenti” da una figura ritenuta (a torto) illuminata.
“L’allenatore deve essere il garante della qualità e della chiarezza del programma e della pertinenza dei suoi contenuti.
Può trasmettere una certa energia agli atleti nella relazione ma in nessun modo può fare al loro posto. Deve quindi rispettare l’individualità di ciascuno – accettando che i progressi possano non essere facili e immediati per tutti – e le scelte di vita dell’atleta. In nessun caso deve sentirsi personalmente gratificato per la riuscita dell’atleta che accompagna (o deluso dalla sconfitta).
L’allenatore non è un guru o un secondo padre, è un formatore, un esperto della disciplina che mette a disposizione un sapere tecnico e metodologico, un’esperienza. Un allenatore ha forzatamente dei limiti di cui deve prendere coscienza. Non deve sentirsi umiliato di non sapere e deve proseguire la propria formazione, migliorando la sua capacità …
Un rapporto di fiducia sano può nascere tra un atleta responsabilizzato e disilluso dal proprio desiderio infantile di essere interamente preso a carico e un allenatore efficiente, cosciente della propria responsabilità e dei propri limiti, che sa incoraggiare le iniziative dei suoi atleti.”
Tratto da Patrick Roux “L’art du judo” pag.87 (traduzione dal francese).