La pratica del judo, e delle arti marziali in genere, inizia con il saluto.
Il saluto è il primo segno di educazione. Inoltre esso indica una certa dose di convinzione nei propri mezzi e la disposizione a confrontarsi e ad interagire con gli altri. Quando saluto una persona le faccio presente che esisto e che, la mia presenza, impone delle modalità comportamentali differenti che implica l’interagire.
Jigoro Kano insisteva sulle modalità del saluto alfine di sottolineare come, a partire dal saluto, inizia la fase di concentrazione e di costruzione. Il saluto è una sorta di frontiera tra lo stato di libertà e la fase di interazione (studio comune). Nel randori e nella competizione il saluto iniziale diviene il segno tangibile che nella “lotta che andrà a seguire” i judoka si impegnano a rispettare le regole e che il confronto sarà sincero. Con il saluto finale invece si ringrazia il compagno per il lavoro che ci ha permesso di svolgere.
Naturalmente il saluto è un elemento che, una volta appreso e automatizzato, troverà la propria trasposizione in ogni fase della nostra vita sociale. Essere disponibile al saluto, qualunque cosa succeda, significa essere pronto ad affrontare (senza drammi e senza inutili entusiasmi) ogni evento con il quale veniamo confrontati.
“Il carattere “rei” … può indicare … un comportamento socialmente giusto, adatto, corretto quindi conforme alle attese e alle abitudini della società …
Il saluto non è una imposizione morale ma un invito ad interrogarsi sulla propria relazione con gli altri … è una delle modalità per far apparire all’esterno i propri sentimenti interiori …
Inchinarsi, come nel judo, è porsi in una situazione di pericolo. Il saluto delle arti marziali è infatti eseguito in una posizione di vulnerabilità … ma è una postura che viene offerta agli altri alfine di garantire che in quel mentre non verranno attaccati …
Ma davanti a chi ci si inchina ? Certamente davanti al compagno ma soprattutto davanti al legame. Il legame con l’altro, il legame quale principio. Perché il judo non è una lotta contro l’altro ma contro sé stesso, un mezzo per rompere i legami con il nostro ego, le nostre resistenze e la nostra pesantezza”.
Tratto da Yves Cadot, Promenades en judo, “saluer” (tradotto liberamente dal francese)
MF / Chiasso, 31 gennaio 2016