Una ventina di persone hanno partecipato sabato 14 marzo alla conferenza su “storia e filosofia del judo” tenuta da Marco Frigerio in sala B. Il presidente del DYK Chiasso ha inizialmente passato in rivista alcuni aspetti che hanno caratterizzato la storia del judo, in particolare:
- la sua dipendenza dalla storia del Giappone. Ha quindi ricordato il periodo di chiusura del Giappone - non accessibile agli stranieri per 250 anni (epoca Tokugawa) – costretto ad aprirsi all’Occidente solo a seguito dell’intervento minaccioso degli USA nella seconda metà del XIX° secolo (epoca Meji), nonché il rischio di estinzione corso a seguito della proibizione dell' insegnamento delle arti marziali decisa al termine della II° guerra mondiale durante l’occupazione del generale McArthur (1945/1948);
- la sua dipendenza dalla storia personale di Jigoro Kano (1860/1938 - il fondatore del judo) caratterizzata da tre morti: quella della madre che causa il trasferimento della famiglia a Tokyo (dove può frequentare le migliori scuole del periodo) e quella dei suoi due insegnanti di ju-jitsu Fukuda e Iso, che fa si che a 22 anni nel 1882 decide di aprire una sua scuola (che chiamerà Kodokan “luogo per lo studio della via”);
- la sua dipendenza dalla forte personalità del fondatore che aveva iniziato a praticare ju-jitsu per sottrarsi agli scherzi dei compagni di scuola (contro il parere del padre e in un periodo nel quale il ju-jitsu non interessava) e che riprendendo gli insegnamenti avuti ha saputo rivisitarli e riproporli in una versione moderna che ha chiamato judo per “rompere” con il passato. La scuola di Kano, vincendo lo scontro del 1886 per aggiudicarsi l’insegnamento presso la polizia metropolitana di Tokyo, di fatto ebbe a superare le scuole di ju-jitsu e si impose prima in Giappone poi nel mondo come l'arte marziale regina.
Frigerio ha poi evidenziato come il judo per il suo fondatore era un hobby. Kano era una persona laureata, molto colta che per oltre un ventennio è stato il responsabile della scuola magistrale di Tokyo (dove si formavano gli insegnanti scolastici). Per Kano l’educazione era da intendersi in modo globale il che significa che è necessario sviluppare l’aspetto intellettuale, morale e fisico contemporaneamente. Non esiste quindi che si abbandonino attività fisiche per dedicarsi unicamente allo studio di una materia, una tale scelta crea uno squilibrio educativo che non è mai positivo ! I genitori che impongono ai giovani di ridurre l'attività sportiva per dedicarsi allo studio sbagliano sicuramente, non é così facendo che si migliora la dedizione allo studio in un giovane ...
Dopo la seconda guerra mondiale il judo è stato proposto principalmente come sport, in questo senso infatti si è potuto ottenere la revoca del divieto di praticare la disciplina. Un ruolo importante l’hanno svolto i judoka inglesi che - costituendo prima l’unione europea (UEJ 1948) e poi la federazione internazionale di judo (IJF 1952) - hanno creato le premesse per l’inserimento del judo alle olimpiadi (1964): unica disciplina marziale a divenire uno sport olimpico. L’univocità dell’organizzazione mondiale è una delle caratteristiche migliori del judo, anche se qualche federazione privata esiste e crea disturbo distribuendo anche gradi che di fatto non sono riconosciuti.
Frigerio ha poi ricordato i principi filosofici su cui si fonda il judo, rinviando agli scritti di Jigoro Kano pubblicati in lingua italiana principalmente in due libri “Fondamenti del judo” e “La mente prima dei muscoli”:
- “miglior impiego dell’energia” é il principio tecnico secondo cui tra varie scelte possibili va effettuata quella che permette di ottenere il risultato con il minor sforzo. L’energia risparmiata potrà quindi essere dedicata ad altro;
- “prosperità e mutuo benessere” è il principio morale che implica che la ricerca del proprio perfezionamento va effettuata tenendo conto di fini comuni. L’individuo deve migliorarsi con il gruppo, il judo non è lo sport di coloro che pensano solo a sé,
- l’obiettivo del judo per il suo fondatore era infatti creare persone SANE, FORTI E UTILI ALLA SOCIETA’ !
Da questi principi il presidente del DYK deduce l’importanza degli interventi di correzione da parte dell’insegnante della disciplina (non farlo significa venire meno allo spirito del judo), dell’agonismo giovanile (la competizione è infatti l’occasione per mettersi alla prova e conoscere i propri limiti), di istituire un serio passaggio di grado (cinture): il nuovo grado non deve essere un regalo ma va meritato.
Infine Frigerio ha analizzato il rapporto tra maestro e allievo; nelle arti marziali il termine maestro viene infatti abusato e utilizzato a sproposito.
Il fine ultimo di Kano implica la creazione di persone autonome che non devono rimanere “schiacciate” sotto la personalità di un insegnante a volte caratterialmente forte. Lo scopo del judo non è di creare un “esercito di persone senza nerbo". Al contrario l’insegnamento del judo prevede il passaggio dalle tre fasi classiche di apprendimento: l'apprendimento alla lettera nella fase iniziale ("shu"), lo sviluppo personale di quanto appreso succssivamente ("ha") e la ricerca autonoma infine ("ri") che porta alla maturazione del singolo.
Non esistono per altro maestri di persone, ma maestri di una disciplina ha infine concluso Frigerio riprendendo la massima di Claudio Conte (insegnante di yoga al DYK) e ringraziando tutti i presenti per l’interesse dimostrato.